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Con le invasioni barbariche e la caduta dell’impero romano, si perse un importante patrimonio di conoscenze tecniche essenziali alle operazioni militari, in particolare per gli assedi e le difese. Saranno l’ingegneria bizantina e quella araba a reintrodurre un insieme di tattiche e macchine derivate dalla grande tradizione tecnologica ellenistico-romana.

Già in uso presso i Romani, la balista era una gigantesca balestra (infatti i due nomi vengono dalla stessa parola latina, balista), solitamente messa su ruote per facilitarne il trasporto e lo spostamento nel tiro (in questo caso era detta “carrobalista”). Poteva essere azionata sia a tensione che a torsione, utilizzando manovelle o argani. Era una macchina più adatta alla difesa. Scagliava dardi e frecce dotate di punte di ferro con una traiettoria quasi rettilinea. I proiettili potevano raggiungere la lunghezza di circa due metri, e penetravano con facilità qualsiasi corazza.

In generale la balista si costruiva in legno, con qualche parte costruita o almeno rivestita di metallo e venivano utilizzate corde o tendini di animali come tensori.

All’alba del XVI secolo l’utilizzo della balista si avvicinava alla fine, nondimeno vi furono dei tentativi di rivalutazione dell’arma da parte di Leonardo da Vinci che nel suo Codice Atlantico ne espose diversi progetti. Leonardo in uno stesso foglio disegna quattro tipi di baliste, differenti per struttura e meccanismo di lancio. Tra queste una catapulta di legno a molle tirate da una madrevite posta nella base della struttura a capra, concepita per lanciare sassi con traiettoria a parabola. Questo strumento di guerra è pensato per ottenere una grande potenza in modeste dimensioni. Particolarmente interessanti sono i vari dispositivi per aumentare la flessibilità delle molle assicurando così un lancio efficace. Il disegno della balista doppia, molto dettagliato e ricco di specifiche sulle misure, contiene i dettagli dei vari elementi e dei congegni di carica e sgancio dei bastoni. Le proporzioni colossali della balestra gigante sono rappresentate dal soldato raffigurato accanto alla macchina: 24 metri di apertura per una lunghezza di 23 metri. Per aumentare flessibilità e potenza, il gigantesco arco, doveva essere realizzato a sezioni lamellari; la corda di tiro poteva essere arretrata con un sistema meccanico e veniva fatta successivamente scattare per percussioni o mediante leva. Anche Francesco di Giorgio Martini nel suo trattato di architettura e macchine descrive una balista a molle di legno caricate mediante una vite, tuttavia le idee dei due inventori restarono unicamente su carta a causa della scarsa funzionalità delle armi.

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